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Migranti, scontro tra Italia e Francia Il Colle: orientamenti comuni nell’Ue

maroni02g.jpgIl giorno dopo la sciagura in mare che ha causato 250 dispersi e un numero di vittime ancora da definire, per l’Italia è il giorno del dolore e delle polemiche. Se la relazione del ministro dell’Interno Roberto Maroni è stata preceduta dal minuto di silenzio osservato dai deputati, il cartello del dipietrista Zazzera ha causato un vero e proprio putiferio: «Maroni Assassino» era il messaggio mostrato in Aula. Censura dal Presidente Gianfranco Fini, che ha promesso anche di rivolgersi al collegio dei questori, ma critiche anche da maggioranza e opposizione. E dallo stesso Di Pietro che ha, nei fatti, disconosciuto la bravata del deputato Idv.

Il muro dell’Eliseo
A questo scontro interno è poi seguita la tensione con Parigi. Intorno alle 12 Maroni censurava «l’atteggiamento ostile» di alcuni Paesi europei e della Francia in particolare. «Dalla Francia ci aspettiamo gesti concreti», è stato l’appello del presidente del Senato Renato Schifani. «Il problema dell’immigrazione clandestina – ha sottolineato – non è un problema italiano, ma europeo. Chi ritiene di doverlo recintare all’interno del nostro stesso paese, si sbaglia».

La Santa Sede: “Basta egoismi”
Ma i segnali di Parigi non sembrano distensivi: la circolare del ministro dell’Interno francese che contiene le condizioni per autorizzare l’ingresso di migranti dall’Italia prevede condizioni molto rigide: gli immigrati dovranno presentare un documento di viaggio valido e riconosciuto dalla Francia, un documento di soggiorno valido, disporre di risorse economiche sufficienti, non costituire una minaccia per l’ordine pubblico e non essere stati in Francia nei tre mesi precedenti. «L’arrivo di profughi e migranti dal Nord Africa può dar fastidio ma non è cristiano questo egoismo», è stato il commento della Santa Sede per voce del presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti, arcivescovo Antonio Maria Veglio.

Duecentocinquanta i dispersi nel naufragio
Tutto mentre a sud dell’isola siciliana le ricerche dei superstiti proseguono a ritmo serrato. Le operazioni sono complicate dal mare forza 4-5 e dal maestrale che soffia con un velocità che si aggira sui 20 nodi. A bordo del barcone, secondo alcune testimonianze, c’erano oltre 300 persone. Sono, dunque, circa 250 i dispersi, tra cui donne e bambini.

Gabrielli commissario per l’emergenza
Dalle polemiche ai provvedimenti messi in campo per fronteggiare l’emergenza: il Consiglio dei Ministri ha nominato il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, commissario straordinario per l’emergenza immigrazione e il premier Silvio Berlusconi ha firmato il decreto del Presidente del Consiglio sulla concessione dei permessi di soggiorno temporanei agli immigrati. Poi, con lo stesso Maroni, è salito al Colle per incontrare Napolitano. Sul fronte internazionale, anche l’Italia, come Malta, chiederà ai partner Ue l’attivazione del meccanismo di protezione temporanea previsto dalla direttiva Ue 55 del 2001, come ha anticipato l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci.

Napolitano: “Essenziali orientamenti comuni nell’Ue”
Per far fronte all’emergenza immigrazione è di “essenziale importanza” sia l’attuazione dell’accordo bilaterale raggiunto con la Tunisia sia, “ancor più, la definizione di orientamenti comuni in sede europea”. Lo ha sottolineato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in una nota diffusa al termine dell’incontro con il governo e i rappresentanti degli enti locali.

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Feste, incontri e sms Il ruolo della Tommasi] Feste, incontri e sms Il ruolo della Tommasi

tom_07_672-458_resize.jpgIncontri a pagamento organizzati a Napoli, ma anche a Roma e a Milano. Si muovono all’ombra del clan camorrista dei Mallardo i «gestori» del giro di prostituzione che incrocia le feste del presidente del Consiglio. Fissano gli appuntamenti con facoltosi clienti per Sara Tommasi, ospite assidua di Silvio Berlusconi.

E proprio intercettando le loro conversazioni si scopre che almeno in un’occasione la starlette sarebbe stata prelevata sotto la sua casa nella capitale dalla scorta del capo del governo, anche se Palazzo Chigi ha nettamente smentito la circostanza. Lei con Berlusconi mostra di avere familiarità, gli manda quindici sms sul suo telefonino personale. Ma il 15 gennaio, quando diventa pubblica la notizia dell’avviso a comparire spedito dai magistrati milanesi, in cinque ore gli manda nove messaggi di insulti e minacce. L’informativa consegnata dalla squadra mobile ai magistrati partenopei che indagando su un traffico di euro falsi sono arrivati alle feste, mostra come la ragazza rappresenti ormai l’anello di congiunzione tra la scuderia di Lele Mora e la criminalità organizzata. Un legame alimentato da Fabrizio Corona che ai «reclutatori» propone anche di mandare da un nuovo cliente Cecilia Rodriguez, la sorella della sua fidanzata Belen, soubrette diventata ormai famosa tanto da essere stata chiamata a presentare il Festival di Sanremo. Personaggio chiave dell’inchiesta si conferma Vincenzo Seiello, conosciuto come «Bartolo», che si muove con disinvoltura nel mondo dello spettacolo e fissa incontri a pagamento per le ragazze anche mentre si trova a Roma nella villa dell’Olgiata del cantante Gigi D’Alessio.

Sara Tommasi Sara Tommasi Sara Tommasi Sara Tommasi Sara Tommasi Sara Tommasi Sara Tommasi

«È arrivata la macchina e se l’è portata»
È il 9 settembre scorso, Bartolo e il suo socio Giosuè Amirante sono a casa di D’Alessio. Contattano la Tommasi per avvisarla che un imprenditore la aspetta per la serata all’hotel Hilton. Lei accetta. Ma un paio d’ore dopo richiama per dire che non andrà all’appuntamento. «Mi ha chiamata una persona che non vedo da tempo», spiega. Loro si agitano, le dicono che il cliente è già in albergo, insistono. Poi vanno sotto casa per convincerla. Ma non fanno in tempo a fermarla. Il motivo lo raccontano subito dopo a un tale «Checco» che contatta al telefono.
Giosuè: «Guaglio’ in vita mia non mi è mai capitata una cosa del genere… Mentre stiamo aspettando giù al palazzo che scende ci ha mandato un messaggio: “Giosuè adesso scendo!”… È arrivata due macchine con le guardie del corpo di Berlusconi! Se la sono venuta a prendere a questa e se la sono portata… guarda è una incredibile!».
Checco: «Ho capito».
Giosuè: «Mannaggia… ma poi è scesa senza bagagli quindi deve ritornare per forza là. Io adesso sono per corso Francia dopo che sono andato a spiegare a Gino quello che era successo e torno là un’altra volta perché devo cercare di capire… Adesso lei non risponde al telefono… Checco sono rimasto allibito di quello che ho visto stasera…».
Bartolo prende il telefono e aggiunge i dettagli: «Ci ha fatto andare là e poi abbiamo visto arrivare queste due macchine, un’Audi A8 e un Audi A6».

 

E Corona chiede 4.000 euro per Cecilia
Dopo qualche settimana Sara Tommasi fa sapere a Bartolo che non vuole più lavorare e in un sms gli scrive: «Mi spiace non voglio più avere niente a che fare con Corona, né con Lele, né con questo mondo. Addio». In un successivo messaggio tira in ballo Marina Berlusconi, in un altro rifiuta «i manager di Mediaset come voleva la vostra amica Susanna Petrone, i trenini con Fede e Moschillo». Lui la chiama, cerca di convincerla ma lei appare categorica: «Le marchette non le voglio fare, fate conto che Sara Tommasi è morta». E così, forse per sostituirla, Corona pensa alla Rodriguez. Ma quando gli dicono che il cliente rifiuta di pagare 4.000 euro e vuole spenderne al massimo 1.500, sbotta: «Ma che fai, che stai a fare l’elemosina, vuoi fare l’elemosina a Cecilia Rodriguez, mia cognata. 1.500 euro, ma chi sei tu, ma me lo compro questo locale e lo chiudo anche. Hai capito, me lo compro, lo sputtano e lo chiudo».

La Tommasi: «Viviamo in un mondo corrotto, perché stupirsi?»

Sara e gli sms a «Silvio»
Il telefono della Tommasi viene intercettato a partire da dicembre proprio per trovare riscontro alle accuse di induzione alla prostituzione nei confronti di chi la recluta per gli incontri. Annotano i poliziotti nell’informativa: «Le comunicazioni telefoniche danno un quadro indicativo dei tanti contatti prestigiosi che può vantare, ma anche una rappresentazione inquietante della sua personalità fragile e spregiudicata». I primi sms inviati a Berlusconi sul cellulare personale sono molto affettuosi. «Amore ti ho mandato un pensiero da Licia. Spero tu capisca questa volta», scrive il 5 gennaio scorso. Ma pochi giorni dopo usa un tono ben diverso: «Silvio vergognati! Mi hai fatta ammalare… paga i conti dello psicologo». Una settimana dopo torna docile forse perché ha ricevuto una telefonata dal presidente: «Amore perdonami ho visto solo ora la tua chiamata… Se posso fare qualcosa… Bacio grande». E dopo sette secondi: «Mi sei mancato tanto. Spero tu mi possa richiamare presto. Ti amo ancora sai? Lady X». Ma tre giorni dopo, quando per Berlusconi arriva l’accusa di prostituzione minorile, la rabbia della Tommasi esplode. Il primo sms lo spedisce alle 18.24 del 15 gennaio e va avanti fino alle 23.18. «Spero che crepi…»; «Spero che il governo americano inizia a dare lustro a quello ignobile nostrano… la politica è una cosa seria non una barzelletta come l’hai intesa tu». E poi minacce che appaiono farneticanti tipo «riprendi subito Ron (Ronaldinho ndr) nella tua squadra di m… o ti faccio escludere da Obama dai Grandi del mondo» oppure «ci vuole una buona reputazione per governare!!! Anche tu fai festini Dinho deve tornare» e ancora: «Stai abusando di potere… immeritato tra l’altro, vedi processi e quant’altro». Quattro giorni dopo parla con la madre e piangendo le dice: «Non so più dove scappare… sono perseguitata da Berlusconi e da tutti, non so dove mettere le mani».

Del Noce, il Marocco e la fiction Rai
Alla vigilia di Natale, la Tommasi invia al direttore di Rai Fiction Fabrizio Del Noce un sms molto confidenziale che si riferisce ad un loro incontro. Il giorno dopo i due parlano al telefono. Annotano i poliziotti: «Sara dice di essere in partenza per il Marocco, ospite dei reali marocchini, amici di Gheddafi. Sara dice che deve capire di che morte deve morire, nel senso lavorativo, e in particolare quando la farà partecipare alle riprese della serie televisiva “Un posto al sole”. Lui le risponde che ne riparleranno quando torna dal Marocco». Il 6 gennaio, appena torna, invia un sms al ministro La Russa e lo chiama «amore». Poi gli telefona, ma lui le spiega che dovranno risentirsi «perché sono appena tornato dall’Afghanistan».

Fulvio Bufi Fiorenza Sarzanini

CORRIERE.IT

Finanziaria, arriva il via libera della Commissione Bilancio della Camera

vegas--140x180.JPGLa commissione Bilancio della Camera, dopo la «maratona» notturna, ha approvato la legge di stabilità, modificata dal maxiemendamento governativo, e il disegno di legge di bilancio. Anche ieri il governo ha rischiato di essere sconfitto un’altra volta dai voti dei finiani e del rappresentante dell’Mpa che stavano per legarsi a quelli dell’opposizione.

Il relatore Marco Milanese, fiutato il pericolo del voto contrario sulla proposta del governo di utilizzare i fondi Fas per il trasporto ferroviario regionale senza tener conto delle quote vincolate al Sud, ha chiesto uno stop per la riformulazione dell’emendamento appena un attimo prima del voto. La manovra approderà martedì nell’aula della Camera, dove – ha anticipato il viceministro dell’Economia Giuseppe Vegas – dovrebbe essere introdotta nel testo la proroga dell’ecobonus del 55% sulle spese per le ristrutturazioni volte al risparmio energetico, misura giudicata importante dall’esecutivo per lo stimolo che è in grado di offrire all’economia nazionale e agli operatori del settore.

«GRAZIE A NAPOLITANO» – Il viceministro Vegas, dopo aver chiuso in commissione Bilancio l’esame della manovra, ringrazia il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. «Ringrazio soprattutto Napolitano – afferma – perché con il suo monito ha responsabilizzato di più il Parlamento su questa delicata materia». Vegas ringrazia anche il presidente della Commissione, il leghista Giancarlo Giorgetti, i commissari e i tecnici della Camera per il lavoro svolto.

«PRIMA SI CHIUDE E MEGLIO E’» – Vegas auspica un veloce via libera definitivo della legge di stabilità da parte del Parlamento, anche considerata l’attuale situazione di crisi economica. «Il Paese – spiega – si può dividere sulla linea politica ma non sulla finanza pubblica. E questo è nell’interesse di tutti i cittadini». Quindi «prima si chiude e meglio è». E in Senato? «il Parlamento è sovrano. In ogni caso auspico una decisione rapida». Sull’ipotesi che il Governo possa porre la questione di fiducia in aula alla Camera Vegas prende tempo: «Vedremo, ora non sono in grado di dare una risposta». Intanto comunque il viceministro incassa il sì della commissione e auspica che «la legge contribuisca al miglioramento dell’andamento tendenziale dell’economia». Un percorso “difficile” quello di quest’anno, che però «rispetto ai rischi della partenza si è concluso bene». Infine Vegas replica alle critiche sulle coperture una tantum tipo quella che arriverebbe dall’asta sulle frequenze: «Sarebbe certo più bello avere delle coperture per sempre ma visto che parliamo di spese discrezionali è ragionevole avere questo tipo di coperture».

CORRIERE

Premier, lunedi’ mozione di sfiducia

0100930125952574_20100930.jpgLa prossima settimana la Camera votera’ la mozione di sfiducia a Berlusconi nella sua veste di ministro ad interim dello Sviluppo economico. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. La discussione generale sulla mozione presentata dalle opposizioni si svolgera’ lunedi’ 4 ottobre, mentre il voto comincera’ da martedi’, dopo che l’Aula avra’ esaurito l’esame dei provvedimenti (come quello sull’agroalimentare).

ANSA

«Contro di me polemiche non garbate Un bene se il governo può proseguire»

Napolitano e l’estate delle richieste di voto anticipato: «Il ricorso al popolo non è balsamo per ogni febbre. Stupiti che non fossi pronto a firmare penna in mano il decreto»

0L8LG6KA--180x140.jpgTante risposte, puntuali. E tante precisazioni, sulle regole e i doveri di una politica che spesso lo ha chiamato in causa senza motivo. Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, a Salerno per una visita, coglie l’occasione per mettere molti punti fermi a chiusura, spera, di un’estate politicamente inquieta.

«Contro di me ad agosto ci sono state polemiche non garbate», dice tra l’altro Napolitano. «Ma – aggiunge anche – è bene se il governo prosegue il suo mandato. Il ricorso al popolo del resto non è un balsamo per ogni febbre». Insomma, se dalle ipotesi di voto anticipato con tanto di scadenze date a sproposito (senza tener conto delle sue prerogative) si è passati a un armistizio che consente di proseguire la legislatura, il Presidente è il primo a rallegrarsene.

RIFLESSIONE SUI RISCHI – «Avevo a metà agosto – ha detto il Capo dello Stato – suggerito alla riflessione di tutte le forze politiche precisamente l’interrogativo su quali potessero essere le conseguenze per il Paese del precipitare della situazione verso un vuoto politico e verso un durissimo scontro elettorale. Questa doveva essere, come sempre è stata, la preoccupazione del presidente della Repubblica, per il quale attenzione ai problemi e agli interessi generali del paese e garanzia di continuità della vita istituzionale fanno un tutt’uno». Le cose, come si sa, sono andate diversamente. «Si sono invece succeduti per settimane, ogni giorno, interventi orientati in tutt’altro senso, in allusiva polemica (allusiva e non sempre garbata) nei miei confronti». Ora tutto sembra finalmente alle spalle e Napolitano ha espresso «apprezzamento per la volontà manifestata da Berlusconi di andare avanti con l’attività governativa. Lo dico senza tornare su altri aspetti delle polemiche agostane, come quelli relativi al modo di intendere certe prerogative del Capo dello Stato, quali prescritte dalla Costituzione».

REGOLE E RICORSO AL POPOLO – Ma Napolitano non ha rinunciato a dire la sua a proposito di due questioni che stanno alla base delle turbolenze estive: le regole istituzionali e la sovranità popolare, entrambi concetti resi «elastici» da interpretazioni di parte o di comodo, entrambi pilastri che devono invece garantire a un Paese una buona stabilità. In particolare è decisa la precisazione a proposito delle insistite richieste di elezioni anticipate in interviste e interventi pubblici fino a pochi giorni fa. «Mi si è premurosamente spiegato – ha detto Napolitano- come il ricorso al popolo, ovvero alle urne, sia il sale della democrazia e il balsamo per tutte le sue febbri si è mostrato stupore per il fatto che il presidente della Repubblica non apparisse pronto, con la penna in mano, a firmare un decreto di scioglimento delle Camere». Ma chi invoca simili cose, ha precistao, trascura il valore della stabilità. «La vita di un Paese democratico deve essere ordinata secondo regole per potersi svolgere in modo fecondo. E tra le regole vi è quella di una durata prestabilita delle legislature parlamentari, per il tempo considerato necessario, in genere cinque anni, a cercare e definire soluzioni anche a problemi complessi e di non breve periodo» ha aggiunto ancora Napolitano.

SUD E NORD – Il Capo dello Stato ha poi affrontato il tema dello sviluppo del Mezzogiorno e del suo rapporto con il resto del Paese. «Non ci si può abbandonare a immagini fuorvianti e spesso caricaturali del Sud» e a tutte e solo «bianco-oro del Nord» ha spiegato il presidente della Repubblica. Come ha detto il governatore della Banca d’Italia, ricorda Giorgio Napolitano, «gli spazi di crescita sono più al Sud che al Nord». Lo Stato, però, «deve fare molto di più per il Mezzogiorno» ed è «indubbio che ci debba essere più coordinamento e più regia a livello nazionale».

CORRIERE.IT

I mozziconi mai sequestrati, l’ultimo giallo di via D’Amelio

borsellino01g_0.jpgVia D’Amelio ancora sembrava Beirut la mattina dopo. La devastazione, pezzi di lamiere contorte, frammenti di vetri sparsi ovunque, mura sventrate. E i resti, i poveri resti dei corpi maciullati erano stati portati via ma le loro tracce ancora è come se stessero là.

La mattina del 20 luglio quando i due «sbirri» della Criminalpol di Catania – arrivati come tanti altri poliziotti da altre sedi per aiutare i colleghi palermitani nelle indagini – si trovarono di fronte a questo scenario, non si persero d’animo.

Da cinquantasei giorni erano sotto stress gli agenti italiani. Per via di Giovanni Falcone e della sua scorta saltati in aria a Capaci. E adesso lo smacco di Borsellino, la provocazione di via D’Amelio. Tutto sembrava perso.

Un «uno due» micidiale. Ci voleva sangue freddo e lucidità per cercare di capire dove, chi, cosa cercare. Ognuno dava un contributo, nei limiti delle proprie capacità.

Anche quei due «sbirri» di Catania, Ravidà e Arena, si rimboccarono le maniche quella mattina dopo, con un caldo opprimente e i singhiozzi strozzati di Palermo.

La scena l’hanno raccontata ai magistrati di Caltanissetta che li hanno interrogati. E’ come se avessero consegnato un video, tanto il racconto è apparso vivido. Immaginate i due in via D’Amelio. D’istinto hanno cominciato ad alzare gli occhi al cielo per capire da dove quel maledetto carnefice avesse premuto il pulsante dell’autobomba. Una panoramica a 360° e gli sguardi si fermano su quel palazzo marrone che ancora era un cantiere. Non si poteva accedere da via D’Amelio, era dietro il garage Galatolo, accanto a quell’altro palazzone grigio. Ma a differenza del primo, non era ancora ultimato.

Di chi è quel palazzo? I due «sbirri» sono curiosi, vanno lì, salgono le scale, fanno domande. Incontrano i costruttori, i Graziano, si fanno consegnare i numeri dei loro cellulari. Guardano in giro, salgono all’attico ancora non ultimato: un vetro blindato, cicche di sigarette, una siepe di pini. Tornano in questura, scrivono la loro relazione di servizio che lasciano ai colleghi della Mobile.

Che felice intuizione, una pista senz’altro da coltivare. La scena del crimine, le cicche di sigarette per terra, il vetro blindato, come se dovesse proteggere chi doveva premere il pulsante. Un bell’inizio per le indagini. La ricerca di tracce di Dna, le impronte palmari sul vetro che avrebbero potuto far risalire ai killer, ai carnefici di Borsellino.

E invece? Facile immaginare che nulla di tutto questo è accaduto, visto che via D’Amelio anche in questo si è differenziato da Capaci.

Tanto per essere chiari, un magistrato all’epoca applicato a Caltanissetta, per le indagini, a distanza di tanti anni ha un ricordo preciso: «Escludo che quella relazione sia arrivata a noi».

Il paradosso, o se volete il giallo, è che quella relazione di servizio dei due «sbirri» catanesi è stata sviluppata dal gruppo di investigatori della squadra «Falcone e Borsellino». E il fascicolo rischiava di essere divorato dai topi (il questore di Palermo ha denunciato che tutto l’archivio del «Falcone e Borsellino» rischia di essere inservibile) se la Procura di Caltanissetta non l’avesse tirato fuori.

E l’aspetto davvero assurdo è che dentro la cartellina c’erano anche le foto delle cicche di sigarette, del vetro blindato.

A 18 anni di distanza nessuna verità processuale ha stabilito chi e da dove ha premuto il pulsante del telecomando dell’autobomba.

Dalle cicche di sigarette, e cioè dalla saliva lasciata sul filtro, si risale al Dna. E’ vero che la banca dati non è comprensiva di tutti i Dna esistenti, però avere la carta d’identità di chi ha premuto il pulsante è importantissimo.

E poi che errore madornale non aver sviluppato i tabulati telefonici dei cellulari dei costruttori Graziano – almeno «se è stato fatto i suoi risultati non sono arrivati sui nostri tavoli», conferma un pm che all’epoca indagava su via D’Amelio -, i prestanome dei Madonia. E’ facile intuire cosa avrebbe comportato la ricostruzione delle relazioni telefoniche dei Graziano con gli stragisti, per esempio.

Gli inquirenti nisseni sospettano che potrebbero essere stati Fifetto Cannella, il fedelissimo dei fratelli Graviano, o lo stesso Giuseppe Graviano coloro i quali hanno premuto il pulsante.
Nelle prossime settimane, la Procura di Caltanissetta darà il via a un accertamento tecnico risolutivo, per stabilire la postazione da dove è partito l’impulso dell’innesco dell’autobomba, e cioè il raggio d’azione del telecomando. Per escludere intanto il Castello Utveggio (che dista almeno 800 metri in linea d’aria da via D’Amelio).

Quella relazione di servizio del 20 luglio del 1992 dei poliziotti Ravidà e Arena rischia di diventare un simbolo. Una felice intuizione inspiegabilmente abbandonata. Davvero ha ragione il procuratore Lari che parla di «colossali depistaggi». E’ una verità difficile da spiegare: gli stessi poliziotti che alla strage Capaci stanno lavorando per risalire ai colpevoli, quando si tratta di via D’Amelio commettono errori madornali. Lo fanno involontariamente o i vuoti e gli errori fanno parte di una raffinata strategia?

LASTAMPA

Tv: Agcom, ordine canali su telecomando

0100715171738497_20100715.jpgVia libera dell’Autorita’ per le garanzie nelle Comunicazioni al piano di numerazione automatica dei canali sul nuovo telecomando digitale.

Il piano, che ha valenza su tutto il territorio nazionale, e comporta l’individuazione di un range di numerazione per categoria di programmi (canali generalisti nazionali, canali locali, canali a diffusione nazionale suddivisi per generi di programmazione) ha assegnato ai primi i numeri da 1 a 9. Per le locali da 10 a 19.

ANSA

Pera: “Silvio, un uomo solo Non è Reagan né Thatcher”

pera01g.jpgNon bisogna piangere ma comprendere, cioè farsi una ragione. Lo diceva Spinoza, e vale anche per Berlusconi. La mancata rivoluzione liberale, dal ’94 ad oggi, credo di ragioni ne abbia almeno tre, mescolate assieme e pressoché insormontabili». Non è lusinghiero il giudizio che del berlusconismo dà oggi Marcello Pera, epistemologo e già presidente del Senato. «Quella del ’94-’96, se mai è stata una vera occasione, è stata perduta. La raccolsero in pochi e isolati, senza forza e anche (mea maxima culpa) un bel po’ ideologici. I cosiddetti “professori” scomparvero ben presto, e tra i pochi imprenditori che la pensavano come loro, Antonio D’Amato fu fatto fuori proprio dal governo e dai suoi colleghi».

Da mesi Berlusconi e Fini neanche si parlano. La manovra di Tremonti viene contestata financo dai governatori del centrodestra. La legge sulle intercettazioni ha contro un vasto schieramento, compresi gli Stati Uniti d’America. E si nomina Brancher ministro alla vigilia dell’udienza in cui è imputato, in modo che possa usufruire dell’ultima delle leggi ad personam, quella sul legittimo impedimento. Siamo al punto di caduta del berlusconismo? «Ma questi sono tutti esempi di cultura illiberale diffusa! Nell’America liberale le intercettazioni la magistratura le fa raramente e la stampa non le pubblica quasi mai: la libertà di cronaca che si accampa è una scusa mediocre. La manovra di Tremonti viene criticata perché nessuno vuole i tagli che si dicono necessari: la riduzione dei servizi è una scusa pietosa. Brancher avrebbe dovuto andare in tribunale, ma Bossi che lo ha nominato perché non ci andasse non può inventarsi la scusa che non sapeva. Quanto a Fini, devasta la Costituzione con la scusa di essere due persone in una. Il punto di caduta del berlusconismo semmai è la rivoluzione persa per strada. La crisi economica rappresenterebbe un’ultima occasione. Ma si guardi in giro: gli imprenditori dicono che la crisi ormai è superata, quindi tutto può continuare come prima; quanto al governo, oltre che vincolato dalla Lega, è frenato della cultura socialista di suoi ministri influenti. Tremonti vuole tagli non in omaggio ad una filosofia liberale, che chiama con disprezzo “mercatismo”, ma per un dovere da ragioniere: far tornare i nostri conti in Europa, con la quale a voce si protesta per i sacrifici che impone salvo sottovoce sollecitarla perché ce li imponga».

Insomma, il problema dell’Italia non è il governo, ma l’intera classe dirigente… «Secondo me, sì. L’Italia non ha mai conosciuto la rivoluzione liberale e non la vuole. Tutti vogliono più Stato, più protezioni, più sussidi, più incentivi, e perciò più tasse. La classe politica imprenditoriale e culturale italiana mostra il contrario di ciò che diceva Bobbio: l’Italia è un Paese naturalmente di sinistra, non di destra, anche quando vuol essere governata dalla destra. Fra libertà e uguaglianza o fra autonomia individuale e giustizia sociale, sceglie sempre la seconda. Compreso il mondo cattolico: viva La Pira, abbasso don Sturzo. È dai tempi della Rerum novarum che in Italia, sulle questioni sociali, Gesù Cristo sta con Rousseau e Marx e non con Jefferson».

Basta questa ragione storica ad assolvere Berlusconi? «No, c’è anche una ragione soggettiva. Berlusconi non è la Thatcher né Reagan, né ha mai pensato di imitarli. È pacifico, ecumenico e accomodante per indole, vuole piacere a tutti e scontentare nessuno. Con un’aggravante: non si è mai disfatto del conflitto di interessi. Questo lo ha posto in difficoltà, anche istituzionale, perché dal Csm su su fino ai capi di Stato in molti hanno giocato su questa debolezza. Così Berlusconi come merito ha quasi solo la parte negativa della sua promessa, l’aver sconfitto la sinistra, da Occhetto in avanti. Poi ci sono le attenuanti: che rivoluzione liberale si può fare in un Paese che non ne ha sentito il bisogno neppure quando è stato sull’orlo della Grecia?».

Pur conquistando rilevanti maggioranze parlamentari, Berlusconi le ha vincolate alle leggi ad personam. E’ Fini oggi l’anima liberale della coalizione? Nonostante sia la Lega il cardine del governo? «Siamo alla terza ragione della mancata rivoluzione, quella politica. Berlusconi ha governato sempre in coalizione. I suoi alleati o non sono rivoluzionari, come i reduci della galassia ex-Dc, o non sono liberali, come Fini o come la Lega. Maroni dice che la Lega è un partito leninista. E’ solo una mezza e triste verità. L’altra, ben più triste, è che la Lega è un partito statalista. La sua filosofia sociale è quelle delle quote latte: mungere e spremere. Oppure quella della spesa sociale: proteggere il popolo, come dicono loro, assistendolo con la spesa pubblica. Così, il federalismo leghista sostituisce Roma ladrona con tante capitali regionali succhione. E’ l’Italia di sempre, che andrà avanti come sempre, inutile piangerci su».

LASTAMPA

«Carfagna e Mussolini incompatibili»: devono scegliere fra Camera e Regione

20100603_carfagna.jpgLa Giunta per le elezioni della Camera ha approvato la dichiarazione di incompatibilità con il seggio di Montecitorio per il ministro Mara Carfagna e per Alessandra Mussolini, entrambe del Pdl ed elette al Consiglio regionale della Campania alle ultime elezioni regionali.

Carfagna e Mussolini avranno 30 giorni per esprimere la loro opzione tra il seggio alla Camera e quello al consiglio regionale della Campania, in base all’articolo 122 della Costituzione, secondo cui «nessuno può appartenere contemporaneamente a un Consiglio o a una Giunta regionale e ad una delle Camere del Parlamento».

La Giunta ha, invece, dichiarato (in conformità ad una propria prassi in tal senso applicata dal 2002) la compatibilità con la carica di deputato di Domenico Zinzi (Udc), eletto presidente della provincia di Caserta, e di Luciano Dussin (Lega), eletto sindaco di Castelfranco Veneto.

Resta in sospeso invece la posizione del presidente della regione Piemonte, Roberto Cota, del suo vice Roberto Rosso, del Pdl, e dei deputati Gianluca Buonanno ed Edoardo Rixi, della Lega, e Sandro Biasotti, del Pdl, eletti consiglieri regionali in Piemonte il primo e in Liguria gli altri due. Nelle due Regioni infatti pendono due ricorsi al Tar con i quali si chiede l’annullamento delle elezioni per irregolarità nella presentazione delle liste e quindi l’eventuale accoglimento della richiesta potrebbe portare alla decadenza degli interessati e quindi al venir meno della causa di incompatibilità.

ILMESSAGGERO

Segreto Stato: Alfano,scelta con Copasir

37cbb190a5a71661b47666f50abc546d.jpgSul segreto di Stato nelle intercettazioni il governo, afferma il ministro Alfano, decidera’ con il Copasir. Insieme si scegliera’ se farne oggetto di una legge ‘ad hoc’ oppure inserirlo nel provvedimento sulle intercettazioni. ‘Non vogliamo perdere il filo con il Copasir’, aggiunge il Guardasigilli. ‘Do’ atto al Governo di avere compiuto una scelta ragionevole che conclude una tormentata vicenda’, osserva il presidente del Copasir D’Alema.

ANSA